Autori: Gabriella Romano, Matilde Mazzali, Melissa Marchi, Tommaso Borelli.
Vi è mai capitato di sentirvi spaventati o conoscete qualcuno in ansia per il futuro del pianeta? Si tratta di un fenomeno con un nome ufficiale: Eco Anxiety. Questo neologismo indica una condizione psicologica comune soprattutto nelle nuove generazioni e indica “la paura cronica del cataclisma ambientale che deriva dall’osservazione dell’impatto apparentemente irrevocabile del cambiamento climatico“. Parliamo quindi di eco-anxiety ossia l’angoscia causata dal cambiamento climatico: le persone stanno diventando ansiose per il loro futuro.
Una delle possibili fonti di questo sentimento di paura trova le sue radici nell’inconsistenza e nella poca credibilità attribuita alle scelte politiche riguardo la questione ambientale. L’ormai celebre “Blablabla” dell’attivista ambientale Greta Thunberg rappresenta l’insoddisfazione di milioni di giovani che seguendo i tavoli di discussione internazionali reputano le soluzioni individuate come insufficienti e molto spesso approssimative. Un esempio sono le recenti proposte emerse nei vertici del G20, il foro internazionale che riunisce le principali economie del mondo, e Cop26, conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici . Specialmente per il primo meeting, quello del G20 conclusosi a Roma il 31 ottobre 2021, una dichiarazione fortemente criticata è stata quella relativa all’obiettivo di limitare le emissioni a 1,5°C grazie anche allo strumento della riforestazione.

Quella che all’apparenza potrebbe sembrare una soluzione efficace nell’ottica di compensare le emissioni è in realtà una decisione ambigua. Infatti secondo Pettenella, professore di economia forestale all’Università di Padova, “sostenere che rimboschire sia una soluzione fondamentale per contrastare il cambiamento climatico è a mio avviso una affermazione scorretta”. Nonostante le dichiarazioni abbiano registrato un consenso generale, nel mondo scientifico la notizia non è stata accolta con lo stesso entusiasmo. Siamo abituati infatti a percepire gli alberi come i supereroi delle città, tuttavia la loro efficacia nella compensazione delle emissioni dipende da molte variabili ampiamente studiate dai ricercatori ambientali.
Dagli accordi di Parigi del 2015 all’ultimo tavolo di confronto alla Cop26 di Glasgow la soluzione della riforestazione è sempre stata presentata come centrale nella lotta alla riduzione delle emissioni senza mai davvero approfondire i criteri di attuazione di questa pratica. Questa può definirsi rigenerante ed efficace solo se segue determinati criteri, come dimostra uno studio condotto da un gruppo di ricercatori del Royal Botanic Gardens, e addirittura controproducente altrimenti.
1. Cura
Attraverso il processo di fotosintesi l’albero sottrae naturalmente CO2 dall’atmosfera, dove questa si accumula. Tuttavia se viene piantato un albero e poi non viene curato vi è il rischio che marcisca o si deteriori. Questo processo chimico potrebbe scatenare un effetto contrario a quello preposto ovvero il rilascio di CO2.
2. Manodopera e Manutenzione
Non è sufficiente piantare un seme, gli alberi necessitano di cure, manodopera e attenzioni affinché crescano in modo sano: investire in opere di piantumazione senza manutenzione può comportare un enorme spreco di fondi pubblici e di lavoro.
3. Compensare non è sufficiente
Compensare il cambiamento climatico piantando tanti alberi non è sufficiente: il numero delle emissioni prodotte dall’uomo è maggiore dell’ossigeno rilasciato dai nuovi alberi
4. Biodiversità
Per agire in modo efficace occorre rispettare la biodiversità piantando esemplari arborei diversi ma in sintonia tra loro, allo scopo di creare habitat durevoli e efficaci.
5. Habitat
Ogni specie ha diverse peculiarità e caratteristiche per cui risulta necessario individuare luoghi, stagioni e terreni adatti al fine di favorire la crescita e lo sviluppo del germoglio.
6. Ambienti
Gli alberi non sono polifunzionali e non sono oggetti, non si può piantare la stessa specie in contesti climatici notevolmente diversi quali deserti e ghiacciai: il colore della terra così come la presenza di neve influiscono nell’attirare i raggi solari, e quindi hanno un impatto diretto sulla crescita.
Infine un’argomentazione molto intuitiva ma necessaria è quella dei limiti della superficie disponibile sul pianeta. Una porzione ampia di suolo non urbanizzato è occupata infatti da coltivazioni agricole e allevamenti che concorrono alla crescita delle emissioni sia direttamente, per la quota relativa alle attività lavorative, sia indirettamente, poiché per sopperire alla crescente richiesta di questi prodotti vengono deforestate ampie zone forestali.

Nel continente europeo, come si evince dal grafico seguente costruito sui dati ufficiali della Banca Mondiale relativi ai paesi dell’Europa continentale nel 2018, terreni agricoli e aree forestali risultano inversamente proporzionali: all’aumentare dei terreni agricoli si riducono le aree forestali, mentre dove le aree forestali sono più estese, la superficie dei terreni agricoli è minore.
Ma quindi il non essere arrivati a una soluzione rappresenta un problema? Certo, ma un problema per chi? Ovviamente per tutta la collettività, e non ci si ferma qui, infatti il climate change rappresenta un problema reale anche in termini di salute mentale: in un sondaggio condotto dalla American Psychology Association (APA) nel 2020 negli Stati Uniti emerge che il 56% degli adulti dichiara che il cambiamento climatico è il problema più importante. Più di due terzi degli intervistati (68%) dichiara di avere “almeno un po’ di eco-ansia”, o ansia o preoccupazione per il cambiamento climatico e i suoi effetti. Questi dati non sorprendono ed enfatizzano la criticità del problema. Come afferma in un recente articolo la scrittrice statunitense Rebecca Solnit , “Il tributo emotivo della crisi climatica è diventato una crisi urgente di per sé. Credo che il modo migliore per affrontarla sia essere ben radicati nei fatti, e lavorare per raggiungere un futuro decente – e riconoscere che ci sono motivi di paura, ansia e depressione sia nelle possibilità incombenti che nell’inazione istituzionale”.
L’iniziale noncuranza e sottostima del problema del cambiamento climatico, definito come “emergenza” solo recentemente, ha avuto come effetto diretto la perdita di fiducia nel governo e nelle istituzioni da parte soprattutto dei giovani. Due ricercatori Statunitensi, Rao e Powell, dichiarano che la migliore strada per aumentare l’ottimismo tra giovani e non, è garantire l’accesso a un’informazione affidabile inerente ai cambiamenti climatici e alle azioni che verranno intraprese in futuro.
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Un pensiero su “Gli alberi, i guardiani della terra”