Cop 26: a che gioco stiamo giocando?

Autori: Marco Ciccimarra, Alessia D’amora, Laura Panini, Flavia Scuteri.

Presentata al mondo come l’ultima spiaggia per affrontare il cambiamento climatico, Cop26 si è conclusa senza trovare soluzioni definitive e prive di contraddizioni. Dal 31 ottobre 2021 ha riunito i leader di 197 paesi a Glasgow, subito dopo il G20 di Roma. L’assenza dei leader di Cina e Russia – due delle più grandi potenze nonché maggiori responsabili di emissioni – ha suscitato non poche perplessità sulla possibilità di raggiungere l’obiettivo zero emissioni. Ambigua anche la posizione dell’India – terzo maggiore emettitore di gas serra al mondo – che ha posto il traguardo delle zero emissioni solo al 2070 e sostituito la parola eliminazione con riduzione.

L’azione internazionale sull’ambiente muove i primi passi nel 1992 a Rio con la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC). Le dinamiche collaborative tra gli Stati non sempre sono state lineari e concordi con quanto deciso negli incontri delle Conferenze delle Parti (Cop). Basti ricordare la Conferenza di New York del 2014, nella quale si sottoscrive la dichiarazione che sancisce la riduzione delle emissioni provocate dalla deforestazione e dal degrado forestale coerentemente all’obiettivo di non superare i 2°C di riscaldamento, il dimezzamento della deforestazione entro il 2020 e la cessazione della stessa entro il 2030. Scenario poco plausibile, come si evince dal rapporto del think tank Climate Focus del 2019, poiché possono volerci secoli prima che le foreste possano recuperare le loro capacità di assorbimento di carbonio e di regolazione meteorologica. E ancora gli accordi di Parigi (2015) stabiliscono di limitare il riscaldamento a 1,5-2°C. Una grande svolta per la presa di posizione comune, ma, come sottolineano le valutazioni scientifiche, gli accordi non sono stati rispettati e l’obiettivo ufficiale è ancora al di sotto delle promesse fatte. 

In questo gioco al rilancio – che esclude la presenza fattiva degli attivisti – le regole da rispettare non sembrano uguali per tutti. Chi ha in mano le carte se da un lato ha il potere di disegnare tutte le soluzioni, dall’altro sembra non riuscire a fare a meno di difendere i propri interessi economici, temporeggiando con soluzioni non decisive e inefficaci a discapito di chi ha minore potere decisionale o non è proprio invitato al tavolo.

Che cos’è la deforestazione?

L’accordo contro la deforestazione firmato dalle delegazioni riunite a Cop26 può apparire come un inizio promettente per il proseguimento dei lavori, ma cela problematiche rilevanti.

La prima deriva dalla definizione di deforestazione tenuta in considerazione durante la Conferenza a Glasgow. Per la Food and Agriculture Organization (Fao) delle Nazioni Unite una foresta è un’area superiore a 0,5 ettari con alberi più alti di cinque metri, che coprono una percentuale superiore al 10% della superficie, o con alberi che in situ riescono a raggiungere queste soglie. Sono escluse le aree a predominante uso agricolo o urbano. Di conseguenza viene considerata come deforestazione un’operazione di riconversione dell’area per altri usi o la riduzione di lungo termine del manto forestale di un’area sotto il limite del 10%. Una definizione “molto lassa” secondo Davide Pettenella, professore di economia forestale all’Università di Padova, che sottolinea che “se vengono tagliate l’80% delle piante di una foresta primaria tropicale, per la Fao lì non ho deforestazione. Dal punto di vista ecologico, qualsiasi ecologo forestale le dirà invece che abbiamo distrutto totalmente l’ecosistema forestale”. Si deve anche distinguere tra deforestazione netta e assoluta. Il primo concetto permette di disboscare o di convertire l’uso di una certa superficie forestale fintanto che su un eguale superficie vengano piantati nuovi alberi e implica che si possa “tagliare a raso [tagliare tutti gli alberi presenti in una certa area di bosco] una foresta primaria e trasformarla in una piantagione, magari anche con specie esotiche, e questa operazione non è registrata come deforestazione in quanto, al netto delle superfici piantate, la superficie forestale non è diminuita”, prosegue Pettenella.

Nel tweet di World Rainforest Movement (movimento che contribuisce alle lotte di popolazioni indigene e contadini del Sud del mondo) troviamo le scritte: “LE PIANTAGIONI NON SONO FORESTE” “La Resistenza davanti a molteplici tattiche per espandere le monoculture”.

Lo stop alla deforestazione è solo parte della soluzione

L’impegno alla lotta alla deforestazione nasce nell’ottica di utilizzare il polmone verde del pianeta per assorbire le emissioni di CO2 ed evitare un ulteriore peggioramento del surriscaldamento climatico.

Il punto è comprendere quanto il provvedimento sia risolutivo e determinante. In effetti, è innegabile che gli alberi svolgano un ruolo cruciale, arrivando ad assorbire circa 7,2 miliardi di tonnellate di CO2 l’anno, ma dati del 2019 mostrano come la quantità di emissioni globali nel periodo pre-Covid si aggiri intorno a 33 miliardi di tonnellate. Inoltre, secondo uno studio del Dipartimento di Ingegneria Ambientale della Columbia University il surriscaldamento globale starebbe intaccando con l’avvicendarsi di violente stagioni secche e altre troppo umide la capacità di piante e alberi di acquisire anidride carbonica. Contemporaneamente, iperstimolando l’attività di alcuni microrganismi nel terreno, contribuirebbe alla produzione di diossido di carbonio per una stima di 2-3 miliardi di tonnellate all’anno. Una scoperta che aggiunge nuovi interrogativi anche alla proposta maturata durante il G20 di Roma di piantare mille miliardi di alberi.

John Lotspeich: Grazie #G20 Ma un “trilione di alberi” sarà soltanto un numero a meno che noi 1/non proteggiamo ciò che abbiamo 2/ rimettiamo gli alberi giusti nei posti giusti 3/ cambiamo il sistema alimentare e finanziario che guida la deforestazione #foreste #AzioneClimatica #1t_org #COP26

Deforestazione nella realtà: pensare globalmente agire localmente

Parlare di deforestazione non ha un peso univoco in tutto il globo.

I paesi industrializzati sono stati i primi a trarre vantaggio dallo sfruttamento del territorio nella loro fase di crescita industriale. Gli USA, ad esempio, sono storicamente responsabili per la maggiore quantità di emissioni al mondo (più di 509 miliardi di tonnellate di CO2 dal 1850 ad oggi) e la deforestazione è stata prevalente in Stati Uniti, Europa e Asia fino all’inizio del ventesimo secolo. I paesi industrializzati hanno inoltre beneficiato dello sfruttamento delle risorse di paesi terzi attraverso processi di colonizzazione. In Asia, ad esempio, sono state sfruttate le foreste per i legni tropicali e sono state deforestate aree per piantare prodotti commercialmente più interessanti come olio di palma e gomma. In Africa la deforestazione mirata a coltivazioni era invece rivolta a prodotti quali cotone, cacao, caffè e tabacco.  

L’obiettivo “zero deforestazione” sembra dunque un target difficile da raggiungere per i paesi che hanno in corso un processo di crescita economica, aumento della popolazione e industrializzazione. Ad es. Siti Nurbaya Bakar, Ministro dell’Ambiente dell’Indonesia, ha osservato che forzare l’Indonesia a questo obiettivo entro il 2030 è “inappropriato e ingiusto” e che non avrebbe impegnato il paese con promesse che non potevano essere mantenute. Un modo per rendere questo obiettivo più equo sarebbe che le richieste di fermare lo sfruttamento del territorio nelle economie emergenti venissero supportate da un finanziamento economico proporzionale che permetta di integrare le perdite economiche di questi paesi. In questo senso sono state fatte promesse economiche di diverso tipo e in varie forme, tra cui uno specifico Global Forest Finance Pledge, ma la stessa Cop26 riconoscecon grande rammarico”, che obiettivi economici decisi in precedenza, come  “l’obiettivo dei paesi sviluppati di mobilitare congiuntamente 100 miliardi di dollari ogni anno entro il 2020, finalizzate a significative azioni di mitigazione […] non è ancora stato raggiunto” ed enfatizza “l’esigenza di mobilitare la finanza climatica da tutte le fonti per raggiungere i livelli necessari per raggiungere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi, incluso l’aumento significativo del supporto ai paesi in via di sviluppo che vada oltre i 100 miliardi all’anno”.

Us Network for Democracy in Brazil (rete nazionale di studiosi e attivisti che promuovono il cambiamento sociale in senso progressista): “Il Presidente del #Brasile e il ministro dell’Ambiente sapevano entrambi che il tasso di deforestazione dell’Amazzonia era aumentato prima della #COP26, ma hanno mantenuto il silenzio sui risultati per evitare di ostacolare i negoziati, secondo tre ministri del governo che hanno parlato con @AP (The Associated Press è una cooperativa di organi d’informazione) a condizione dell’anonimato.”

Promesse o obiettivi?

Nel 2020 il WWF ha pubblicato il report “Fronti di deforestazione” nel quale analizza i problemi, o drivers, che portano alla deforestazione. Tra questi, molti sono legati all’economia, come ad esempio allevamento del bestiame, agricoltura su larga scala, produzione di legna e carbone da ardere, estrazione mineraria, espansione urbana e creazione di infrastrutture per il trasporto, ma anche la creazione di nuove strutture per la creazione di energie rinnovabili (es. energia idroelettrica) rientra tra queste cause.

L’accordo sottoscritto a Glasgow, pur definendo un obiettivo molto chiaro, quello di “fermare e invertire la perdita di foresta e la degradazione forestale entro il 2030”, non entra però nel merito dei “come”. Nessun percorso specifico, nessuna timeline precisa e, anche quando alcuni driver della deforestazione vengono menzionati tra le attività per le quali “rafforzeremo i nostri sforzi condivisi” vengono descritte intenzioni generali piuttosto che azioni specifiche. Come ha sottolineato Diana Ruiz, Campaigner Senior per area Foreste di Greenpeace USA, “Non c’è alcuna chiarezza né allineamento tra i paesi che hanno firmato. Non è stato strutturato come raggiungere i target. Stare su un palcoscenico internazionale e fare dichiarazioni sul fatto che i paesi fermeranno la deforestazione entro una certa data non tiene in considerazione la realtà dei fatti. Come avverrà? Quali sono gli obiettivi? Cosa significa per i paesi come Indonesia e Brasile, che stanno introducendo politiche che incoraggiano maggiore deforestazione e che contraddicono l’impegno che hanno appena preso?”.

È bene osservare infine che, nonostante a Glasgow i partecipanti abbiano tentato di rendere merito e dare rilevanza alle comunità indigene per il loro ruolo di protettori delle foreste, le comunità indigene stesse hanno protestato per non essere state incluse nel processo decisionale.

Peter Kalmus (scienziato del clima presso la NASA): Se i leader mondiali avessero pensato che la Cop26 fosse “un buon passo” per i tanti scienziati del clima, commentatori, leader di ONG che hanno dato loro pacche sulle spalle, allora avremmo un doppio fallimento. Siamo fuori tempo massimo, gente.
Vorrei poter far capire al mondo in quale emergenza ci troviamo veramente.

Abbiamo dunque un impegno, deforestazione zero entro il 2030, preso senza la presenza di tutti gli attori coinvolti al tavolo, senza discutere tutte le cause che hanno portato allo sviluppo del problema e senza delineare obiettivi o percorsi specifici su come raggiungerlo. Considerata l’importanza di questo obiettivo per il futuro globale queste non sembrano essere premesse promettenti. Non resta che attendere che il gioco si faccia più chiaro alla Cop27.

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