La violenza di genere tra dati e pregiudizi

Autrici: Luisa D’Amico, Linda Dotelli, Ludovica Lelli, Anna Rossa.

Percentuali elaborate sul report “Femminicidio e violenza di genere in Italia” di Eures 2019

I femminicidi incidono sempre di più. Non solo come profonda ferita sulla pelle del nostro tessuto sociale, ma anche nelle percentuali. Nella pagina nera che raccoglie l’elenco di tutte le vittime di omicidio in Italia, la quota occupata dalle donne uccise per il semplice fatto di essere donne è in crescita. Dal 2000 al 2018 il numero annuo degli omicidi è passato da 755 a 352 (-53,4%), mentre quello dei femminicidi da 199 a 142 (-28,6%), come riportato da un’infografica de Il Sole24ore, mutuata dal rapporto “Femminicidio e violenza di genere in Italia” di Eures 2019. Entrambi gli indicatori sono in discesa, ma le differenti velocità evidenziano una sempre maggior incidenza dei femminicidi sul totale degli omicidi, nel 2018 pari al 40,34%.

L’andamento fin qui evidenziato è confermato dal report del Servizio studi del Senato in tema di “Statistiche sulla violenza di genere”: nel 2020 l’incidenza delle vittime di sesso femminile sul totale degli omicidi si attesta al 45%. Un crimine che ha uno spazio di elezione, generalmente considerato il luogo sicuro per antonomasia e abitato dalle stesse vittime: le mura domestiche e la cerchia dei propri affetti. Ben 116 dei 142 femminicidi del 2018 sono avvenuti in famiglia, di cui 87 per mano del partner o ex partner della vittima. Secondo il VII rapporto Eures sul femminicidio in Italia a diminuire infatti sono esclusivamente le vittime femminili della criminalità comune, mentre risulta sostanzialmente stabile il numero di femminicidi (85 nel 2019 e 81 nel 2020). L’annientamento fisico della donna è solo l’atto finale, la chiusura del sipario su una scena che contempla però un numero molto più alto di attori. Il termine femminicidio, comunemente usato come sinonimo della sola uccisione di una donna, ha difatti un significato più complesso e individua “una responsabilità sociale nel persistere, ancora oggi, di un modello socio-culturale patriarcale, in cui la donna occupa una posizione di subordinazione, divenendo soggetto discriminabile, violabile, uccidibile”. Al suo interno quindi trovano posto anche i reati di violenza sessuale, di stalking o di violenza psicologica e per estensione tutto il tessuto culturale a sostegno di questo archetipo. Linguaggio incluso.

Parlare con violenza

Esempio di commento violento pubblicato sotto un post su Facebook dell’onorevole Giorgia Meloni

Nel 2019 le donne sono rimaste tra i principali destinatari del linguaggio violento su Internet. Come riportato da Amnesty International Italia in un recente report sul tema, le donne che fanno politica esprimono il proprio orientamento su questioni di rilevanza sociale, espongono mediaticamente la propria personalità per rivendicare una posizione netta e così restano vittime di un linguaggio aggressivo che facilmente acquista i connotati di linguaggio sessista. Il pretesto per la scarica d’odio può trarre spunto da un abbigliamento considerato inopportuno o dalla rivendicazione di indipendenza intrinseca alla presa di posizione stessa, giudicata come un’appropriazione indebita da un pubblico che è abituato a utilizzare le parole come veicolo di un giudizio maturato alla velocità di un click. 

Attraverso la mappatura delle parole ricorrenti tra minacce di stupro e morte, insulti sessisti, incitamento al suicidio e illazioni volte a promuovere violenza emotiva, uno studio dell’Osservatorio italiano sui diritti (Vox) ha evidenziato che su un totale di 215.377 tweet aggressivi, registrati tra marzo e maggio del 2019, 55.347 hanno un contenuto misogino (il 25,7%).

Gli stereotipi nel linguaggio

Purtroppo, questi dati non ci restituiscono che un’immagine parziale del fenomeno. Non solo molte delle aggressioni verbali si manifestano all’esterno dell’arena di Twitter e dei social media in generale, ma queste violenze non sono che la fetta più evidente ed estrema del trattamento delle donne in Italia. L’aggressività e il sessismo si manifestano in forme più sottili, ma altrettanto evidenti, se si confronta la differenza di trattamento riservata agli uomini e alle donne partendo dal quotidiano. Il problema però in questo caso, è proprio l’assenza di dati a riguardo.

Nel suo saggio “Invisibili, la giornalista Caroline Criado Perez sottolinea come sia esattamente l’esistenza di questo gender data gap, ovvero la sistematica assenza di dati che riguardano le esperienze femminili del mondo, alla base di sostanziali discriminazioni che poi si riscontrano nella nostra società. Qualche tentativo in questo senso esiste, per esempio l’Istat nel 2018 ha messo in relazione gli stereotipi sui ruoli di genere più diffusi con la percezione della violenza sessuale. Sulla base di questi stereotipi, risulta ancora molto comune l’idea che “per l’uomo, più che per la donna, è molto importante avere successo nel lavoro” (32,5%) e che “gli uomini sono meno adatti a occuparsi delle faccende domestiche” (31,5%).

Non esistono parole sbagliate

Nonostante la sostanziale inesistenza di dati e studi quantitativi a riguardo, è così comune trovare nel nostro linguaggio quotidiano tante parole e frasi sessiste perché, alla base di  questo genere di esternazioni, vi è un terreno fertile costruito da una vita di condizionamenti culturali. Linguisti e psicologi dello sviluppo, infatti, hanno identificato nei 5 anni l’età in cui gli stereotipi di genere arrivano, precisi e puntuali, a influenzare le vite di tutti. Una volta capito quanto l’esposizione ad un linguaggio comune imparato fin da bambini stia alla base delle modalità attraverso cui la comunicazione tra generi viene attuata, l’unica cosa che rimane da fare è assumersi la responsabilità di riconoscere e destrutturare quei meccanismi, più o meno inconsapevoli, che ci portano a considerare “normali” parole, gesti o atteggiamenti sessisti.

A stimolo e supporto di un utilizzo più consapevole del linguaggio, negli ultimi anni cominciano ad essere numerosi i saggi e i progetti sviluppati. Partendo da testi di divulgazione come “Non sono sessista ma…” scritto da Lorenzo Gasparrini ed edito da TLON, per arrivare ad iniziative più strutturate come quella della casa editrice Effequ che ha modificato le proprie norme editoriali con l’introduzione del carattere schwa per superare il contemporaneo utilizzo sovraesteso del maschile o del progetto “Parlare Civile” (sito e libro edito da Bruno Mondadori) che, rivolgendosi soprattutto ad un pubblico di specialisti che fanno della comunicazione la propria professione, vuole fornire un aiuto pratico all’utilizzo del linguaggio.

Non esistono parole sbagliate, esiste un uso sbagliato delle parole

Enrico Pugliese, direttore dell’Istituto ricerche popolazione e politiche sociali del CNR

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