Immigrazione e criminalità sono due fenomeni molto complessi, che possono in alcuni casi essere connessi. Tuttavia, considerare la prima come causa immediata della seconda può essere fuorviante, come si evince ponendo uno sguardo attento alla situazione delle gang sudamericane e centroamericane in Italia.
La presenza e le attività illecite di alcune gang di latinos in Italia, registrate tra il 2013 ed il 2018 a seguito di diversi fatti di cronaca nera e di conseguenti operazioni di polizia, hanno comportato il focalizzarsi dell’attenzione mediatica nei riguardi di alcune comunità latino-americane presenti sul territorio nazionale. Ne è derivata una certa “allerta sociale”, a sua volta inseritasi nel più ampio dibattito generale riguardante le politiche nazionali, regionali e locali in materia di immigrazione. Aldilà dei pur efferati fatti criminosi avvenuti in questo lasso di tempo, l’allarmismo destato da alcuni media ha favorito l’inquietante visione circa un’invasione in atto da parte delle compagini peggiori delle popolazioni latino-americane. Una visione che non pare però essere giustificata dai dati relativi all’effettiva presenza di queste comunità nel Bel Paese.
La preoccupazione circa il dilagare delle pandillas in Italia ha investito soprattutto il Nord-Ovest dello Stivale, dove la presenza di immigrati provenienti dal Centro e dal Sud-America appare più massiccia. Due sono le Province dove è possibile rinvenire tale dato, soprattutto per quanto riguarda le comunità provenienti dall’Ecuador e da El Salvador: Milano e Genova. In questi territori, nel periodo succitato, si è concentrata l’attività illegale di ben tre delle più famigerate bande dell’America Latina: quella ecuadoriana dei Latin Kings, e quelle salvadoregne, tra loro rivali e costantemente in guerra, della Mara Salvatrucha, detta anche M13, e del Barrio 18, nota anche col nome di 18th Street Gang.
Le gang tra Milano e Genova
Nel 2008, queste ultime due hanno cominciato a far sentire prepotentemente la loro presenza a Milano: a seguito di una partita di calcio disputata presso il Centro Sportivo “Forza e Coraggio” in Via Gallura, una violenta colluttazione fra alcuni esponenti delle due bande in campo, che è costata un occhio ad un ragazzo di 24 anni, ha condotto all’arresto di quattro mareros appartenenti all’M13. Quasi esattamente un anno dopo, in Via Brembo, veniva freddato un esponente importante dei Latin Kings da membri della stessa pandilla, afferenti però ad una fazione a lui avversa.
Sono solo due dei vari episodi di violenza accaduti nel Milanese. Nel 2012 e nel 2013 due importanti operazioni di polizia, di cui la seconda ha visto coinvolte anche altre Province lombarde oltre Milano, hanno consentito di infliggere duri colpi alle tre pandillas. Tuttavia, i “capi” dell’Idra urbana vengono mozzati solo per essere rimpiazzati da nuove leve, spesso più giovani.

Scenari simili si presentano all’onore della cronaca se si passa da Milano a Genova, dove, nel 2014, da una lite fuori da una discoteca scaturisce un omicidio, perpetrato da un ventenne a danno di un coetaneo, entrambi ecuadoriani. Otto anni prima, nel 2006, un’operazione gestita dal Commissariato di Genova Prè aveva condotto all’identificazione di ben 17 bande, con oltre 4000 affiliati.
Genova e Milano, due città profondamente diverse. Il maggiore centro portuale del Nord-Ovest da un lato e il cuore metropolitano pulsante dell’economia di lusso italiana dall’altro. Attori simili per lo più ecuadoriani nel Capoluogo ligure, mentre molti sono i salvadoregni nella Città della Madonnina.
Dai ghetti americani all’Europa
Latin Kings, Mara Salvatrucha e Barrio 18. Non solo. Dietro il “marchio di fabbrica”, il “logo” della banda, ci sono innumerevoli storie per ogni suo membro, che si intrecciano inestricabilmente con la storia dei loro paesi di origine. Le gang in questione hanno avuto origine nei ghetti ispanici di Chicago e Los Angeles, a cavallo tra gli anni Cinquanta e Ottanta. Nel corso degli anni Novanta, a seguito di una stretta repressiva statunitense in termini sia di lotta alla criminalità “etnica” che di politiche migratorie, molti esponenti delle gang lasciano la Città degli Angeli e Chiraq per tornare al loro paese natio, Ecuador o El Salvador, a seconda dei casi, ove fondano le loro pandillas. Successivamente, tra gli ultimi anni Novanta e i primi del 2000, molti sono costretti a migrare disgregando interi nuclei familiari a causa di particolari congiunture economiche poco favorevoli e strettamente connesse a periodiche crisi politiche.
I maggiori flussi di persone in partenza dall’Ecuador e da El Salvador verso l’Europa, Italia compresa, sono databili intorno ai primi anni del Duemila. Le donne, mogli e madri, sono state le prime a solcare l’oceano in direzione del Vecchio Continente, sperando in una vita migliore. Nel corso dell’ultima decade sono state soprattutto loro a essersi trasferite nell’Italia Nord-Settentrionale in cerca di occupazione, trovata per lo più nell’ambito della cura domestica. Tramite ricongiungimento familiare, esse riescono a farsi raggiungere dal resto dei familiari, soprattutto dai figli che però faticano a integrarsi al meglio nel tessuto sociale in cui vengono innestati. Nel loro paese natale avevano probabilmente condotto una vita decedente grazie alle rimesse materne, ma una volta raggiunta l’Italia vivono un forte spaesamento che esorcizzano cercando la vicinanza dei giovani connazionali sradicati come loro, e principalmente quelli appartenenti alla stessa pandilla. I giovani portano con sé il “marchio” della banda e ne creano una cellula in loco continuando a coltivare stretti legami con la gang in madrepatria, secondo la logica della Naciòn.
Si stima che dal 2013 al 2019, circa nello stesso periodo in cui la cronaca italiana comincia a narrare le gesta di alcuni dei giovani provenienti da entrambi i paesi, la comunità salvadoregna sia cresciuta a Milano fino a toccare il 2% degli stranieri residenti, a fronte dell’oltre 5% della compagine ecuadoriana nella medesima città.

Ben diversa la situazione a Genova, dove gli Ecuadoriani rasentano addirittura il 30%, rispetto alla scarsissima presenza salvadoregna sul totale dei residenti stranieri.

A livello nazionale gli Ecuadoriani ammontano circa al 2% degli stranieri residenti, mentre gli immigrati provenienti da El Salvador non arrivano all’1%.

Organizzazioni di strada
In un periodo come quello preso in esame, segnato dall’inasprimento dei dibattiti politici, sia a livello nazionale che internazionale, in materia di gestione dei flussi migratori, in Italia la presenza fenomeni criminali come quelli sopra descritti tende ad essere sovrastimata, soprattutto a causa della pretesa connessione, utilizzata a fini propagandistici da certe parti politiche, ma avallata anche da certi media, tra immigrazione e criminalità. Questo è avvenuto anche nel caso delle succitate comunità ecuadoregne e salvadoregne, laddove la connessione fra immigrazione e pandillas è stata posta come praticamente immediata, non guardando agli effettivi numeri relativi alle comunità coinvolte, e facendo di queste, tra l’altro, delle gang tout court. In realtà, dati alla mano, appare evidente come il fenomeno delle pandillas sia decisamente minoritario rispetto ad altre forme di criminalità locale, quale che ne sia l’origine, endogena o esogena.
Ciò non significa che preso per sé esso non sia serio. Tuttavia, è ben lungi dall’essere allarmante. Vi sarebbero peraltro possibili strade diverse da imboccare, per quanto non semplici da percorrere, in un’ottica preventiva rispetto all’insorgere di fatti criminosi, rispetto alla stigmatizzazione collettiva o alla semplice repressione poliziesca, com’è stato dimostrato nel 2005 e nel 2006 a Barcellona e nella stessa Genova. In entrambe queste occasioni le gang dei Latin Kings, alla presenza delle autorità politiche, si sono impegnate con le rispettive comunità locali a cambiare rotta, sancendo la pace con le fazioni rivali e rinunciando all’illegalità. Dal canto loro, le autorità e il tessuto comunitario si sono rese disponibili a riconoscerle come “organizzazioni di strada”, permettendo così ai loro membri di poter giovare tanto alle loro famiglie quanto alla società in generale, attraverso attività di utilità pubblica, di volontariato e mutualismo.
Una soluzione simile, se perseguita con perseveranza dalle diverse parti in causa, condurrebbe tali soggetti a uscire dalla violenza e a vivere alla luce del sole, integrandosi nel posto in cui vivono, senza rinunciare per questo alla loro cultura d’origine. Anzi, se ben inserita nel contesto locale, quest’ultima produrrebbe probabilmente un notevole arricchimento della vita cittadina, riducendo così il rischio di stigmatizzazione e marginalizzazione, e quindi di discriminazione e devianza.
Due lezioni, quelle catalana e genovese, da tenere a mente, quando si trattano temi come l’immigrazione e la criminalità.
Fonti
- Parlano i fantasmi. Le voci dei Latin Kings e Queens (Global Project, 29/07/2009)
- “Gangs” of Italy (L’Indro, 02/12/2014)
- Le gang sudamericane alla conquista di Milano (L’Espresso, 07/10/2015)
- Gang di latinos, radiografia del fenomeno in Italia (Lettera 43, 11/09/2016)
- Milano è la capitale europea delle gang salvadoregne (Internazionale, 24/04/2016)
- Machete, violenza e accoltellamenti. Ecco le gang dei latinos in Lombardia (Insideover, 28/11/2018)

